Bobby Fuller: il rock, il successo e la morte inspiegabile
Bobby Fuller stava per diventare una star. Aveva il talento, il pubblico, la fortuna del momento giusto. Poi, il 18 luglio 1966, viene trovato morto nella sua auto, coperto di benzina, con evidenti segni di violenza. La polizia, però, da subito parla di suicidio. Ma quasi nulla, nella scena, fa pensare che quella possa essere davvero la verità.
Bobby Fuller: un talenti che nasce presto
Robert “Bobby” Fuller nasce il 22 ottobre 1942 in Texas, in una famiglia che si sposta continuamente per il lavoro del padre nell’industria petrolifera. Cresce quindi tra cambi di città e adattamenti continui, ma trova presto un elemento che gli dà stabilità: la musica.
Fin da bambino, Bobby dimostra un talento fuori dal comune. Inizia con il pianoforte a cinque anni, poi passa alla tromba, alla batteria, fino alla chitarra. È uno dei quei musicisti che sembrano riuscire a suonare qualsiasi cosa, con una naturalezza disarmante.
Ma, soprattutto, Bobby vuole essere visto. Ama il palco, ama il pubblico, ama quell’attenzione che trasforma una passione in qualcosa in più.
Il momento “sliding door” di Bobby Fuller
Nel 1959 succede qualcosa che lo segna profondamente.
Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper muoiono in un incidente aereo: è il giorno che passerà alla storia con il nome the day the music died.
Per Bobby non è solo una tragedia. È una chiamata.
Decide che la musica non sarà più per lui soltanto un hobby, ma una missione. Vuole continuare ciò che i suoi idoli hanno lasciato incompiuto.
Il sogno prende forma
Ancora giovanissimo, Bobby Fuller costruisce uno studio di registrazione nel garage di casa e fonda una propria etichetta che inizia a produrre musica in autonomia.
Insieme a suo fratello Randy e ad altri musicisti forma diverse band, fino a quella che sarà destinata ad essere la definitiva: i Bobby Fuller Four.
A El Paso, Texas, diventano un fenomeno in ascesa. Addirittura, i giornali scrivono:
“L’Inghilterra ha i Beatles, El Paso ha Bobby”
E per la prima volta, il sogno che Bobby Fuller culla fin da bambino sembra prendere forma. Sembra avverarsi.
Il successo
Nel 1964 i Bobby Fuller Four arrivano a Los Angeles.
Qui incontrano Bob Keane, produttore che aveva già scoperto Ritchie Valens. All’inizio è scettico, poi cambia idea e offre loro un contratto.
Nel 1965 registrano il brano che li lancerà definitivamente: “I Fought the Law”. La canzone entra nella top 10 di Billboard, la band va in televisione, riempie locali… diventa, in sintesi, famosa.
Bobby Fuller ormai è a un passo dal successo nazionale.
Ma qualcosa si rompe.
Dietro le quinte del successo dei Bobby Fuller Four
I rapporti della band con il produttore Bob Keane si deteriorano. Bobby vuole concentrarsi sulla musica, mentre Keane spinge per tour continui, promozioni e compromessi commerciali.
Nel frattempo, entra in gioco un nome ancora più inquietante: Morris Levy, legato alla Roulette Records, figura controversa con connessioni alla criminalità organizzata.
Bobby non è a suo agio. Vuole uscire da certi accorti, cambiare direzione, forse addirittura lasciare tutto.
La notte del 17 luglio 1966
La sera prima della sua morte, Bobby è nel suo appartamento a Los Angeles con il tour manager Rick e due amiche.
Bevono, parlano, guardano la televisione.
Poi, verso l’una di notte, Bobby esce. Dice che deve incontrare una ragazza: Melody.
Parla di una festa.
Parla di contatti importanti.
Parla anche di LSD.
È l’ultima volta che viene visto vivo.
Il ritrovamento di Bobby Fuller
Il giorno dopo, 18 luglio, Bobby non si presenta a un incontro fondamentale per il futuro della band.
La madre, preoccupata, continua a controllare il parcheggio.
Alle 17:00 la macchina è lì. E dentro c’è Bobby.
Il suo corpo è accasciato tra i sedili, coperto di sangue secco.
È impregnato di benzina.
Tiene in mano un tubo collegato a una tanica.
La versione della polizia sulla morte di Bobby Fuller
La polizia arriva e decide subito: suicidio.
Secondo loro, Bobby avrebbe bevuto benzina.
Ma ci sono problemi evidenti: il corpo presenta segni di percosse, tagli, lividi. E, soprattutto, l’autopsia non rileva benzina nello stomaco.
Quindi, la causa ufficiale della morte di Bobby Fuller diventa asfissia da inalazione di benzina. Con un punto interrogativo tra suicidio e incidente.
Un’indagine che non esiste
La scena del crimine non viene trattata come tale.
La macchina non viene sequestrata.
Non vengono raccolte prove.
La tanica di benzina viene addirittura gettata via da un agente.
E il caso viene chiuso rapidamente. Troppo rapidamente.
Le teorie sulla morte di Bobby Fuller
Nel tempo emergono diverse ipotesi.
Una parla di un incidente legato all’uso di droghe, forse proprio LSD, seguito da un tentativo di coprire tutto.
Un’altra porta a Melody, la ragazza che Bobby avrebbe dovuto incontrare, descritta da alcuni come legata a ambienti pericolosi.
C’è poi la pista più oscura: la mafia.
Secondo alcuni, Bobby potrebbe aver tentato di uscire da accordi economici scomodi, mettendosi contro persone molto potenti.
E infine, il sospetto sul suo stesso produttore, Bob Keane, accusato di pratiche discutibili e interessi economici molto forti.
Un dettaglio che non torna
C’è una domanda che resta sospesa sopra tutte le altre.
Se si è trattato di omicidio, perché riportare il corpo nel parcheggio di casa?
E chiunque fosse coinvolto, come faceva a sapere esattamente dove viveva Bobby Fuller?
Nessuno è mai stato incriminato. Negli anni, la causa della morte è passata da suicidio a incidente.
Ma la verità non è mai emersa.
Quello che è certo, è che Bobby Fuller è morto a 23 anni, a un passo dal successo.
Secondo molti, avrebbe potuto cambiare la storia del rock. Invece, è diventato parte di un’altra storia: quella dei casi irrisolti.
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