La genesi dei mostri: si nasce o si diventa serial killer?
È una delle domande che torna sempre, forse perché è quella che fa più paura: Si può riconoscere un serial killer guardandolo in faccia?
Esiste qualcosa — un segno, un dettaglio — che permetta di capire in anticipo chi diventerà un assassino?
La risposta più onesta è anche la più scomoda: no.
Non esiste un volto del male. Non esiste un’infanzia che, da sola, condanni qualcuno a diventare un serial killer.
Eppure, qualcosa esiste. Non una regola, ma una traccia.
Un libro molto interessante che spiega gli aspetti più inquietanti sulle vite degli assassini seriali è Il Grande Libro dei Serial Killer, di Ruben De Luca, con prefazione di Roberta Bruzzone (link affiliato).
Non si diventa serial killer in un giorno
Per molto tempo si è cercata una spiegazione semplice: un trauma, un evento preciso, un momento in cui qualcosa si rompe.
Ma la realtà è diversa.
Chi arriva a uccidere più volte non lo fa all’improvviso.
Non è una trasformazione improvvisa. È un percorso.
Un percorso lungo, lento, spesso invisibile.
Gli studi criminologici, dai primi lavori pionieristici dell’FBI fino alle ricerche più recenti, mostrano proprio questo: l’omicidio seriale non è un punto di partenza.
È un punto di arrivo.
Quando la violenza diventa una risposta
C’è un momento — difficile da individuare — in cui qualcosa cambia.
Non è un’esplosione, è un’abitudine.
Chi arriva a uccidere più volte, nel tempo, costruisce dentro di sé un meccanismo: la violenza diventa una risposta. Un modo per gestire conflitti interni, per provare controllo, per trasformare frustrazione in azione.
Per alcuni è potere. Per altri è sollievo. Per qualcuno, è l’unico modo per sentirsi presenti.
Non una causa, ma una combinazione
Non esiste una causa unica, così come non esiste un singolo evento che spieghi la genesi di un serial killer.
Ogni storia è diversa. Eppure, osservando molti casi insieme, emergono delle ricorrenze:
- Traumi infantili, presenti in una percentuale molto alta
- famiglie disfunzionali
- isolamento sociale
- traumi fisici, come lesioni alla testa
Presi singolarmente, forse, non significano nulla. Ma se consideriamo l’insieme iniziano a raccontare qualcosa.
Serial killer: quando il trauma prende una forma
Le ricerche più recenti hanno iniziato a collegare tipi di trauma a specifiche modalità di violenza.
Uno studio avviato nel 2020 ha evidenziato che chi ha subito abusi sessuali durante l’infanzia tende più spesso a comportamenti legati al controllo della vittima: legamenti, torture, mutilazioni.
Chi ha vissuto abusi fisici, invece, è più incline a una violenza esplosiva. Quella che viene definita overkilling: colpire una vittima molte volte, ben oltre ciò che sarebbe necessario.
Non è solo violenza, è un eccesso.
Il punto che cambia tutto
Eppure, anche questo non basta.
La maggior parte delle persone che subisce traumi non diventa un assassino.
Non è ciò che ti accade a determinarti: conta anche chi sei, come interpreti il tuo vissuto, come reagisci e cosa accade dopo. Come ha ottimamente sintetizzato il profiler dell’FBI Jim Clemente:
” La genetica carica la pistola, la personalità e la psicologia ti fanno prendere la mira, le esperienze ti fanno premere il grilletto.”
Serial killer: biologia o ambiente?
Per decenni, la criminologia si è divisa.
Da una parte, chi cercava la causa della genesi dei serial killer nella biologia e, dall’altra, chi la vedeva nell’ambiente, cioè nei contesti in cui si cresce.
Oggi la risposta è più complessa. Non è una semplice scelta tra le due opzioni, è una combinazione.
Il ruolo della biologia nella mentalità dei serial killer
Alcuni studi suggeriscono che fattori biologici possano aumentare la predisposizione alla violenza.
La dottoressa Helen Morrison, che ha studiato oltre 130 serial killer, ha ipotizzato un ruolo di alcune anomalie genetiche, come la presenza di un cromosoma sessuale in più.
Tra i casi citati c’è quello di Bobby Joe Long, serial killer attivo negli anni ’80, che presentava un cromosoma X aggiuntivo, con effetti sugli equilibri ormonali.
Non è, in sé, una spiegazione sufficiente, ma è un tassello che possiamo aggiungere al puzzle.
Il “gene del guerriero”
Un’altra teoria molto discussa riguarda il gene MAO-A, spesso chiamato gene del guerriero.
Questo gene regola un enzima che influisce su serotonina, dopamina e noradrenalina – sostanze fondamentali per la gestione delle emozioni.
Quando il sistema non funziona correttamente, possono aumentare l’impulsività e l’aggressività.
Ma, anche qui, il punto è chiaro: la presenza di questa variante non determina automaticamente un comportamento violento. È, infatti, una condizione abbastanza comune.
Alcuni studi suggeriscono che fino al 40% della popolazione possa possederla. E la grande maggior parte di queste persone non commette alcun crimine.
Serial Killer: quando entra in gioco il contesto
La differenza emerge nell’interazione tra genetica ed esperienze vissute.
In contesti violenti o abusanti, questa predisposizione può trovare terreno fertile. In ambienti stabili, invece, può non manifestarsi affatto.
C’è poi un’altra considerazione interessante: il gene MAO-A si trova sul cromosoma X. I maschi, avendone uno solo, non hanno un secondo X che faccia da “contrappeso”, bilanciando l’eventuale mutazione dell’altro. Le femmine, quindi, possono compensare il gene del guerriero più facilmente.
Tutti i serial killer hanno avuto un’infanzia difficile?
È una delle convinzioni più diffuse e, in parte, anche una delle più rassicuranti. Ma non è del tutto veritiera.
Molti serial killer hanno subìto abusi. Ma non tutti.
E, soprattutto, molte persone che hanno vissuto esperienze simili non diventano violente.
Quando l’infanzia è apparentemente normale, il punto focale si sposta: non si tratta più solo di cosa è successo, ma come questo viene vissuto.
La resilienza – la capacità di elaborare e superare le difficoltà – diventa centrale.
Chi ne ha poca può essere più vulnerabile anche a traumi meno evidenti.
Un elemento che ritorna spesso è la qualità del legame con le figure di riferimento.
Quando questo legame è stabile, aiuta lo sviluppo emotivo.
Quando manca o si interrompe bruscamente, possono emergere alcune difficoltà profonde, come:
- mancanza di empatia
- difficoltà relazionali
- incapacità di provare rimorso
E più questa frattura avviene in tenera età, più può essere significativa.
Quando non c’è una spiegazione a un serial killer
Ci sono, poi, casi che sfuggono a ogni schema.
Persone cresciute in contesti normali, con famiglie presenti. Eppure qualcosa cambia.
In alcuni casi si ipotizzano traumi fisici, come lesioni cerebrali. In altri, non esiste una spiegazione chiara.
Il pattern ricorrente
Nonostante tutto, un dato emerge: molti serial killer hanno alle spalle episodi di abuso.
Uno studio del 2005 su cinquanta casi, ha rilevato che circa il 68% aveva subìto maltrattamenti durante l’infanzia.
Un numero alto, certo, ma non assoluto.
Pensiamo a nomi famosi: Ed Kemper, Mary Bell, Richard Ramirez, Aileen Wuornos, John Wayne Gacy. Storie diverse, ma segnate spesso da violenza, abbandono e trascuratezza.
Perché esistono serial killer?
Alla fine, tutte le teorie – psicologiche, ambientali, biologiche – portano allo stesso punto.
Non esiste una causa unica. Non esiste una formula.
Esistono percorsi, esistono combinazioni.
E, a un certo punto del cammin di nostra vita, esiste una scelta. E di quella scelta, chi uccide resta responsabile.
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