Baby farmers: quando uccidere bambini diventava un lavoro
Non tutte le assassine seriali uccidono per impulso. Alcune lo fanno per mestiere.
Per anni, nell’Europa dell’Ottocento, è esistito un sistema silenzioso, quasi invisibile, in cui i bambini sparivano senza lasciare traccia: era il sistema delle baby farmers.
Non erano rapimenti, non erano guerre: erano accordi.
Un libro molto interessante che spiega gli aspetti più inquietanti sulle vite degli assassini seriali è Il Grande Libro dei Serial Killer, di Ruben De Luca, con prefazione di Roberta Bruzzone (link affiliato).
Le baby farmers: una soluzione che nascondeva qualcosa
Le baby farmers erano donne che si offrivano di occuparsi di neonati in cambio di denaro.
Una soluzione, almeno in apparenza. Per madri sole, povere, che non potevano permettersi un figlio.
O, semplicemente, per chi non ne voleva.
Il sistema perfetto del baby farming
Il meccanismo era semplice: una madre affidava il proprio figlio, pagava una somma concordata e poi spariva.
A volte tornava per le prime settimane, ma poi si disinteressava.
Quel bambino, di fatto, diventava invisibile.
E, quando nessuno guarda, tutto diventa possibile.
I metodi delle baby farmers
Le modalità erano diverse.
Alcune lente: lasciar morire di stenti, trascurare, non curare.
Altre erano più dirette: soffocamento, annegamento, strangolamento, avvelenamento.
Non sempre c’era fretta. A volte era un processo graduale.
Un fenomeno diffuso
Il baby farming non è stato un caso isolato, anzi. Si trattava di un fenomeno diffuso, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana (1837-1901), ma presente anche in Francia, Germania, Scandinavia, Stati Uniti e altri Paesi europei.
Era, di fatto, un sistema radicato. Tollerato. A volte, completamente ignorato.
Il contesto delle baby farmers: vergogna e sopravvivenza
Per capire queste storie, bisogna guardare il contesto: povertà, mancanza di metodi contraccettivi, condizioni di vita difficili.
Ma, soprattutto, la vergogna. Un figlio illegittimo era uno stigma. Un problema da nascondere.
E a far ricorso alle baby farmers non erano solo le classi più fragili. Anche le famiglie benestanti chiedevano il loro “aiuto”. Per far sparire qualcosa che non doveva esistere.
E, proprio per questo, quando questi casi emergevano le condanne erano spesso leggere. Scavare sarebbe stato troppo pericoloso e troppo poco tutelante nei confronti della classe sociale medio-alta, che rischiava di restare coinvolta in scandali enormi.
Numeri che non si possono contare
Quando si parla di serial killer, purtroppo i numeri effettivi delle vittime sono sempre incerti.
Ma qui, nel caso delle baby farmers, lo sono ancora di più.
Molti corpi non sono mai stati trovati e molti bambini non sono mai stati cercati. Invisibili, come dicevamo.
E quindi, per la società, non sono mai esistiti davvero.
Le sei baby farmers più note
Amelia Dyer: la baby farmer più letale
Amelia Elizabeth Dyer nasce nel 1838 a Bristol, ultima di cinque figli.
La sua infanzia è segnata dalla malattia della madre, che soffre di gravi disturbi mentali. Amelia cresce assistendo al suo deterioramento, tra crisi e ricoveri, fino alla morte della donna quando lei ha appena dieci anni.
È un primo trauma importante.
Undici anni dopo muore anche il padre.
https://camera404.it/whitechapel-il-quartiere-londinese-di-jack-lo-squartatore/Rimasta sola, Amelia si forma come infermiera e lavora per un periodo in ambienti sanitari, acquisendo conoscenze pratiche su medicinali e sedativi — competenze che, anni dopo, avranno un ruolo decisivo. Al punto che qualcuno inizia a chiamarla Jill The Ripper, un richiamo a Jack Lo Squartatore, e a pensare che ci sia lei dietro gli omicidi di Whitechapel.
Nel 1861 si sposa.
Quando il marito muore nel 1869, Amelia si ritrova senza risorse.
È a quel punto che entra nel mondo delle baby farmers.
All’inizio si presenta come una donna affidabile. Accoglie i bambini, li cura, ma presto capisce che mantenerli costa più di quanto riceve.
E allora cambia metodo. È a quel punto che entra nel mondo del baby farming.
Non sempre in modo violento, spesso rapidamente: una morte silenziosa, in cui li soffoca uccidendoli prima che diventino un peso.
Poi prende altri bambini e altri soldi.
Nel 1879 viene arrestata per la prima volta: c’erano troppi decessi sotto la sua custodia e le forze dell’ordine avevano indagato. Non viene, però, accusata di omicidio: solo di negligenza. La condannano a sei mesi di lavori forzati e quello fu un errore enorme. Perché, una volta libera, Amelia riprende da dove era stata interrotta, spostandosi da una città all’altra e usando nomi falsi.
Questo fino al 1896, quando un corpo viene ritrovato nel Tamigi. Poi altri, fino a sei. La polizia collega i casi e arriva ad Amelia, che viene arrestata, processata e condannata a morte. Il 10 giugno 1896 viene impiccata e le sue ultime parole furono:
“Non ho nulla da dire”
Amelia Sack e Annie Walters: un’alleanza silenziosa di due baby farmers
A differenza di Amelia Dyer, Amelia Sack non arriva al baby farming attraverso una vita segnata da traumi evidenti.
Nasce nel 1867 in una famiglia numerosa. Cresce senza particolari segnali di devianza.
Si sposa, ha una figlia e una vita normale. Almeno in superficie.
Ma intorno al 1900 inizia a pubblicare annunci per occuparsi di bambini indesiderati.
È qui che incontra Annie Walters.
Di lei si sa poco: probabilmente sposata, forse con problemi legati all’alcol.
Insieme costruiscono un sistema semplice ed efficace: accolgono bambini, li sedano con la clorodina (un farmaco a base di morfina) finché non si addormentano per non svegliarsi più.
Vengono arrestate nel 1903 e processate: saranno entrambe condannate a morte, entrambe impiccate.
Il numero delle loro vittime non è certo. Ma si stima che siano state tra le 20 e le 100.
Margaret Waters: il fallimento che diventa morte
Margaret Waters nasce a Londra nel 1835.
Della sua infanzia si sa poco. Ma si sa che, dopo essere stata abbandonata dal marito, tenta di costruirsi una vita.
Apre una piccola attività di cucito che però fallisce nel giro di poco tempo, lasciando Margaret sommersa dai debiti.
Così cambia strada e inizia a occuparsi di bambini. Ma neanche così i soldi bastano, né per gestire i bisogni dei bambini né, tantomeno, per sanare i suoi debiti.
Allora cerca di ridurre le spese, dopa i bambini con il laudano e smette di nutrirli. In pratica, li lascia morire lentamente.
Quando muoiono, li avvolge in carta e li abbandona.
Nel 1870 la polizia entra nella sua casa, sospettando di lei per le morti sospette, e lì trova bambini ridotti a scheletri.
Viene arrestata, condannata, impiccata.
Josefa Bednarek: la normalità che nasconde l’orrore
Josefa Bednarek vive in Polonia. È sposata e lavora come contadina.
A un certo punto, inizia ad accogliere i bambini abbandonati. Lo fa per anni e quest’attività, dall’esterno, appare quasi benefica.
Poi, nel 1892, la polizia scopre quindici corpi nella sua casa. Ma le indagini suggeriscono che il numero totale possa essere molto più alto: fino a oltre cento vittime.
Non ci sono, però, segni di violenza. I bambini affidati a Josefa muoiono di fame, di abbandono.
Poi accade qualcosa di inspiegabile: Josefa viene rilasciata.
E sparisce.
Dagmar Overbye: una vita che scivola
Dagmar Overbye nasce nel 1887 in Danimarca. La sua è un’infanzia povera, segnata da difficoltà: furti, punizioni, allontanamenti. Cresce senza stabilità.
Da adulta, tenta di ricominciare da zero. Si trasferisce a Copenaghen, dove apre una pasticceria. Sembra l’inizio di un nuovo capitolo, di una nuova vita.
Ma in parallelo inizia a gestire bambini indesiderati. Li accoglie, ma alcuni da casa sua non escono più. Li strangola, li annega. Arriva a uccidere persino uno dei suoi figli.
Nel 1921 viene condannata a morte, ma poi la pena viene commutata in ergastolo. Muore in carcere a 42 anni, nel 1929.
Le baby farmers italiane
Napoli, 1872.
Rosa Porro pubblica annunci per accogliere bambini. Quando la polizia entra nella sua casa, trova dei piccoli vivi, ma in condizioni allucinanti. Sono denutriti e abbandonati.
Sotto il pavimento, invece, ci sono decine di corpi.
Durante gli interrogatori, emerge tutto il quadro. L’attività dura da tre anni e ci sono due tipi principali di clienti: donne povere che vogliono liberarsi dei figli e famiglie ricche che ne cercano.
Quando i bambini diventano troppi, iniziano a morire. Di fame, o avvelenati. Il tutto con l’aiuto di una complice, Margherita Coraldi.
Il numero delle vittime resta incerto. Almeno venti, ma probabilmente di più.
Nel 1873 sia Rosa che Margherita vengono giustiziate.
Baby farmers: una storia che non è solo storia
Il baby farming non è solo una serie di crimini.
È un sistema basato su invisibilità, vergogna e silenzio.
Come abbiamo visto nell’articolo sulla genesi dei serial killer, non bastano il contesto, la povertà, il passato spesso segnato da abusi.
A un certo punto, c’è una scelta. E di quella scelta resta la responsabilità.
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