alexandr picuskin killer della scacchiera
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Alexandr Pičuškin: il killer della scacchiera

Alexander Pichushkin, conosciuto come The Chessboard Killer, Il Killer della Scacchiera, è uno dei serial killer più inquietanti della storia recente.
Non voleva uccidere per caso. Non voleva nemmeno fermarsi.
Aveva un obiettivo preciso: 64 vittime, una per ogni casella della scacchiera.
Agisce a Mosca, soprattutto nel Bitsevsky Park, tra il 1992 e il 2006. Le vittime accertate sono 49, ma lui stesso ha dichiarato che potrebbero essere molte di più.

Il Killer della Scacchiera: Un obiettivo preciso

Alexander Pichushkin, conosciuto come The Chessboard Killer, non è un assassino impulsivo.

È metodico, calcolatore, ossessionato.

Tra il 1992 e il 2006 uccide a Mosca, soprattutto nel Bitsevsky Park, una vasta area verde che diventa il suo territorio.

Le vittime accertate sono 49. Ma lui stesso sostiene di averne uccise di più.

Il suo obiettivo? Arrivare a 64, una per ogni casella della scacchiera.

Le vittime: persone invisibili

Pičuškin non sceglie le sue vittime a caso, ma nemmeno per motivi personali. Sceglie persone fragili.

Spesso uomini anziani.
Alcolisti.
Senza fissa dimora.
Persone sole.

Individui che, se scompaiono, difficilmente vengono cercati.

È una scelta strategica, che riduce il rischio di essere scoperto.

Una scelta che allunga il tempo a sua disposizione, permettendogli di continuare a uccidere.

Il modus operandi del killer della scacchiera

Il suo metodo è semplice e, proprio per questo, efficace.

Avvicina le vittime con una scusa. Spesso offre da bere.
Poi le porta nel parco o, comunque, in un luogo isolato.
Silenzioso. Senza testimoni.

Una volta lì, colpisce.

In molti casi utilizza un oggetto contundente — come un martello. Altre volte spinge le vittime nei tombini aperti del parco, lasciandole morire lì.

È un metodo brutale, ma anche pratico: il corpo sparisce. O viene trovato tardi.

Il controllo

A differenza di altri serial killer, Pičuškin non agisce nel caos: tiene il conto, segna le vittime.

Questo perché ogni omicidio è un passo verso l’obiettivo: la scacchiera.

Non è solo simbolo.
È struttura.
È ordine.

Uccidere per esistere

Nelle interviste rilasciate in carcere — i cosiddetti Pičuškin Papers — emerge un pensiero disturbante ma coerente.

Per lui, uccidere non è un impulso.

È una necessità.

“Ho ucciso per vivere.
Per me la vita senza omicidio è come la vita senza cibo.”

Non c’è rabbia. Non c’è vendetta. C’è funzione.

L’omicidio diventa identità.

Il primo omicidio del killer della scacchiera

Come molti altri killer, anche per lui tutto cambia con il primo delitto.

“Il primo omicidio è come il primo amore. È indimenticabile.”

Dopo, non si torna indietro.

“Mi sentivo come Dio”

Il tema del potere è centrale.

“Mi sentivo come Dio.”

Pičuškin non vede le sue vittime come persone, ma come elementi, numeri.
Come anime da collezionare.

Decidere della vita e della morte lo fa sentire superiore.

L’assenza totale di empatia

Uno degli aspetti più inquietanti del killer della scacchiera è il distacco.

“Non mi pento di niente. Ci ho messo molta energia e ho impiegato molto tempo.
Pentirmi? Io non mi pento. Questa è la solita domanda noiosa. Comunque, non cambierebbe la mia sentenza. Da quando ero molto giovane, ho fatto tanti sogni. Ogni cosa era differente a quei tempi. Ed è diventato tutto come io volevo che fosse”

Le sue non sono provocazioni, è pura convinzione.

Non ricorda le vittime, non gli interessa nemmeno provarci.

“Se volete sapere se mi ricordo tutti quelli che ho ucciso, chi, quando e dove, beh, non ricordo. Non mi sono mai posto il problema di dover ricordare”.

L’unica crepa nella mentalità del killer della scacchiera

Eppure, nella mente di Pičuškin esiste una contraddizione: la morte della sua cagnolina.

Si tratta di uno dei pochi momenti durante le interviste in cui emerge qualcosa di simile al rimorso.

Si sente in colpa, ha incubi. È disturbato da questo avvenimento.

Ma solo per quello. Non per le persone a cui ha tolto la vita.

Il bisogno di essere qualcuno

Alla base della mentalità criminale di Alexandr Pičuškin, il killer della scacchiera, c’è un elemento chiave: bassa autostima.

un senso di inferiorità che, a un certo punto della sua vita, si trasforma nel suo opposto: in un ossessivo bisogno di potere. Di controllo.

Di esistere.

Pičuškin rifiuta anche ogni forma di trascendenza:

“La religione è una favola per i deboli”

Non crede in nulla, se non in se stesso.
Non cerca giustificazioni, non cerca il perdono (né umano né divino).

La cattura del killer della scacchiera

Nel 2006 qualcosa si rompe.

Una delle vittime lascia una traccia, un collegamento, che permette alla polizia di arrivare a Pičuškin.

Viene arrestato, processato e condannato all’ergastolo.

Alla fine, non riesce a realizzare il suo piano: non arriva a 64 vittime, si ferma prima.

Ma per lui, probabilmente, non cambia granché. Perché il suo non era un obiettivo solo numerico: in gioco c’era la definizione della sua identità.

La storia di Pičuškin non è solo una sequenza di omicidi. È il racconto di un percorso. Di un uomo che trasforma il bisogno di esistere in dominio sugli altri.

Non uccide per odio, per denaro o per vendetta: uccide per sentirsi vivo.

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