Marta Russo: l’omicidio della Sapienza
Il caso di Marta Russo è uno dei più controversi della cronaca italiana. Un colpo di pistola esploso nel cuore dell’Università della Sapienza di Roma, un’indagine piena di errori e un processo costruito su indizi che hanno trasformato questa vicenda in un enigma che ancora divide l’opinione pubblica.
Chi era Marta Russo
Prima di essere un caso giudiziario, Marta Russo era una ragazza di appena ventidue anni. Studiava giurisprudenza alla Sapienza, viveva con la famiglia a Roma ed era descritta da chi la conosceva come una giovane solare, determinata, con sogni concreti e una forte sensibilità.
Amava lo sport, in particolare la scherma, e aveva un carattere riflessivo ma aperto. Non cercava visibilità, non frequentava ambienti pericolosi. Era una studentessa come tante, una presenza discreta nella grande città universitaria.
Questo quadro appena descritto rende la sua morte ancora più sconcertante: non c’era nulla nella sua vita che facesse pensare a un pericolo imminente. Nessuna minaccia, nessuna relazione ambigua, nessuna ombra.
Il contesto: la Sapienza negli anni Novanta
Nel 1997 l’università La Sapienza era una città dentro la città. Migliaia di studenti, corridoi affollati, cortili aperti, aule sempre frequentate.
Un luogo considerato sicuro.
Un luogo dove nessuno avrebbe immaginato un omicidio.
Quando Marta Russo venne colpita, il Paese rimase sotto shock. Un delitto in pieno giorno, dentro un campus universitario, era qualcosa di quasi impensabile in Italia.
Per settimane, genitori e studenti vissero nella paura. Alcuni arrivarono persino a indossare caschi da moto per proteggersi mentre attraversavano i viali dell’università.
9 maggio 1997: la dinamica dell’omicidio di Marta Russo
La mattina del 9 maggio 1997 Marta Russo stava camminando con un’amica, Iolanda Ricci, lungo un vialetto interno della Sapienza. Era circa mezzogiorno.
All’improvviso Marta si accasciò al suolo.
All’inizio nessuno capì cosa fosse successo. Sembrò un malore. Poi qualcuno notò il sangue. Una pallottola calibro 22 l’aveva colpita alla testa.
Non c’erano stati spari udibili, non c’erano testimoni diretti, non c’erano segni di una colluttazione. Solo il caos, le urla, l’arrivo dei soccorsi.
Marta venne trasportata al Policlinico Umberto I. Rimase in coma per cinque giorni. Morì il 14 maggio senza riprendere conoscenza.
Quel colpo improvviso trasformò una giornata qualunque in uno dei misteri più discussi d’Italia.
Le prime indagini e le ipotesi sulla morte di Marta Russo
All’inizio gli investigatori seguirono diverse piste: poteva essere stato uno scambio di persona, un atto di terrorismo, un regolamento di conti o uno sparo accidentale.
Ma nessuna di queste teorie portò a una volta nelle indagini.
Non vennero trovati né l’arma del delitto né il bossolo del proiettile che uccise Marta. Stabilire da dove fosse partito il colpo si rivelò estremamente difficile.
Gli investigatori iniziarono a concentrarsi sull’ambiente universitario. L’ipotesi era semplice: chi aveva sparato, si trovava alla Sapienza.
Il laboratorio di Filosofia del Diritto
Una traccia emerse quando furono trovati residui sospetti su una finestra al secondo piano di un edificio vicino al luogo dello sparo.
Quella stanza era una sala studio frequentata da un gruppo ristretto di studenti e assistenti universitari.
Da quel momento l’indagine si chiuse attorno a circa venticinque persone che frequentavano regolarmente quel locale. Fu a questo punto che entrò in scena una figura destinata a cambiare tutto.
La testimonianza chiave nelle indagini della morte di Marta Russo
Una segretaria, Gabriella Alletto, inizialmente dichiarò di non sapere nulla. Poi, dopo pressioni e interrogatori, cambiò versione.
Indicò due giovani assistenti universitari: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.
Secondo la nuova testimonianza, i due si trovavano nella stanza al momento dello sparo.
Le dichiarazioni furono contraddittorie, ritrattate e modificate più volte.
Ma ormai l’attenzione mediatica si era concentrata su di loro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro
Quando gli inquirenti concentrarono l’attenzione su Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, la percezione del caso cambiò radicalmente. Non si trattava più di un misterioso cecchino nascosto tra gli edifici della Sapienza, ma di due giovani assistenti universitari, persone comuni, inserite in un contesto accademico apparentemente tranquillo.
Giovanni Scattone era un dottorando in Filosofia del diritto. Descritto da chi lo conosceva come introverso, metodico, quasi ossessivo nello studio, appariva distante, poco incline alle relazioni sociali. Salvatore Ferraro, invece, era più estroverso, con un ruolo di assistente e un carattere considerato meno rigido.
Entrambi gravitavano attorno allo stesso ambiente universitario e frequentavano abitualmente la stanza del dipartimento che, secondo gli investigatori, sarebbe stata la scena dell’omicidio.
Fu proprio da quel locale che, secondo la ricostruzione dell’accusa, partì il colpo che uccise Marta Russo.
Gli agenti ipotizzarono che, la mattina del 9 maggio 1997, i due si trovassero nella stanza insieme ad altri studenti e collaboratori. A un certo punto, Scattone avrebbe preso una pistola calibro 22 e si sarebbe avvicinato alla finestra. Non per colpire una persona precisa, ma per compiere un gesto sperimentale, quasi teorico.
L’idea, secondo l’impianto accusatorio, era dimostrare la possibilità di commettere un delitto casuale, privo di movente e quindi difficilmente risolvibile.
Una ricostruzione che molti giudicarono inquietante proprio per la sua apparente freddezza.
Ferraro, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe assistito alla scena. Non avrebbe sparato, ma avrebbe contribuito a coprire l’accaduto, aiutando l’amico a nascondere l’arma e a mantenere il silenzio.
Il problema, però, era che nessuno aveva visto materialmente il gesto. Nessuno aveva sentito uno sparo provenire da quella stanza. Nessuna arma fu mai ritrovata.
La ricostruzione si fondava soprattutto sulle testimonianze di alcuni presenti e, in particolare, su quella della segretaria Gabriella Alletto. Dopo settimane di interrogatori, Alletto raccontò di aver visto Scattone con una pistola in mano e di aver compreso solo in seguito cosa fosse accaduto. Le sue dichiarazioni, però, furono contraddittorie. Cambiarono nel tempo, vennero ritrattate, poi nuovamente confermate.
Queste oscillazioni alimentarono i dubbi della difesa e di parte dell’opinione pubblica. Molti si chiesero se la donna fosse stata influenzata dalla pressione investigativa.
Gli investigatori sostennero che, subito dopo lo sparo, nella stanza si fosse diffuso il panico. Secondo la loro ricostruzione, Scattone avrebbe cercato di convincere i presenti a non parlare. L’arma sarebbe stata fatta sparire e gli oggetti puliti.
Anche su questo punto, però, mancavano riscontri materiali.
Non furono trovate tracce di sparo convincenti, né residui compatibili sulle mani degli imputati. Le perizie balistiche risultarono controverse: alcuni esperti affermarono che la traiettoria fosse compatibile con la finestra indicata, altri sostennero il contrario.
Questa fragilità probatoria trasformò il processo in uno dei più discussi della storia giudiziaria italiana.
Per molti, Scattone e Ferraro erano colpevoli.
Per altri, erano il risultato di un errore investigativo nato
dalla necessità di trovare un responsabile in un caso che aveva sconvolto l’Italia.
Ancora oggi, a distanza di anni, la ricostruzione degli eventi resta oggetto di dibattito. C’è chi crede nella verità giudiziaria e chi continua a ritenere che il vero autore dello sparo non sia mai stato identificato.
E mentre il tempo passa, la morte di Marta Russo rimane sospesa tra due versioni:
una ufficiale e una mai completamente chiarita.
Il processo e il “delitto perfetto”
Il caso diventò un fenomeno mediatico.
Le udienze furono seguite in diretta, i giornali parlarono di un possibile esperimento criminale.
Secondo l’accusa, i due assistenti avrebbero voluto compiere un “delitto perfetto”, sparando a caso per dimostrare una teoria criminologica.
Una tesi che molti considerarono fragile.
Durante il processo, diversi periti misero in dubbio le prove balistiche e la compatibilità del luogo dello sparo con la traiettoria del proiettile.
Alcuni sostennero che il colpo non fosse partito da quella finestra.
Una verità giudiziale controversa
Dopo anni di udienze, ricorsi e controperizie, nel 2003 arrivò la sentenza definiTIVA.
Giovanni Scattone fu condannato per omicidio colposo, Salvatore Ferraro per favoreggiamento.
Un processo lungo sei anni, costruito quasi internamente su indizi. Ancora oggi molti dubitano della ricostruzione ufficiale.
Il caso di Marta Russo oggi
Il delitto di Marta Russo resta una ferita aperta nella memoria italiana.
Non c’è un movente chiaro.
Mancano un’arma, una confessione, un movente: c’è solo una verità giudiziaria che continua a dividere.
Chi ha davvero sparato quel giorno?
È stato un errore?
Un gesto irresponsabile?
O qualcuno che non è mai stato identificato?
Tra i viali della Sapienza, dove ogni anno migliaia di studenti passano senza pensarci, resta ancora il ricordo di una ragazza colpita senza motivo.
E la domanda che da oltre venticinque anni non trova risposta: quella pallottola era davvero destinata a Marta Russo?
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